di Jelena Bosnjakovic

Lo scorso 20 novembre si è tenuta alla Nuvola Lavazza una giornata dedicata alle strategie narrative nella comunicazione delle attività culturali e museali sui social media, organizzata da Museo Lavazza con il patrocinio di ICOM Italia e il coordinamento di Promemoria.

Tra i diversi interventi che ho avuto modo di ascoltare quella mattina, la case history che più mi ha colpita è stata presentata da Simona Serini e Sara Lombardini, rispettivamente responsabile di sviluppo e coordinatore comunicazione e promozione del MudecMuseo delle Culture di Milano. Ecco il motivo.

La mostra: A Visual Protest

Il 14 aprile 2019, il Mudec chiude la mostra A VISUAL PROTEST – THE ART OF BANKSY con un bilancio di più di 241 mila visitatori registrati, un grandissimo successo dovuto sia alla popolarità dell’artista in mostra sia all’efficace campagna di promozione perpetuata nelle strade di Milano.

Chiunque conosca anche solo di sfuggita il movimento degli street artist avrà sentito parlare di Banksy: molte delle sue opere prodotte con la tecnica dello stencil sui muri di Bristol, Londra, New York e Gaza, per citarne alcuni, sono diventate delle vere e proprie icone, famosissime in tutto il mondo. Ad aggiungere ulteriore popolarità al personaggio è il totale alone di mistero intorno a questo artista: nessuno sa chi sia e che faccia abbia, anche se non mancano le ipotesi. C’è chi sostiene che “Banksy” sia lo pseudonimo usato da un collettivo di artisti di strada super organizzati, mentre altri sono convinti che si tratti in realtà Robert Del Naja, il leader dei Massive Attack.

La street art come protesta sociale

Chiunque egli sia, una cosa è certa: l’opera di Banksy ha progressivamente spostato una grande fetta dell’opinione pubblica dall’idea di street art come puro atto di vandalismo alla street art come mezzo di sensibilizzazione sociale e, in alcuni casi, di riqualificazione dei luoghi pubblici più poveri.

Il movimento, andato a formarsi a partire dagli anni Novanta, si pone infatti l’obiettivo di promuovere l’arte come bene comune, accessibile e in grado di veicolare un messaggio di resistenza, informazione e sensibilizzazione. Alla base di questa idea fortemente democratica di espressività artistica c’è la solida convinzione che la street art sia mutabile come una città, destinata a deteriorarsi sul muro dove è nata.

Come dicevo, la popolarità di Banksy era già di per sé una garanzia di successo per la mostra organizzata dal Mudec, ma non sarebbe bastata da sola poiché, come ben sappiamo, dietro ogni prodotto di successo c’è una grande campagna di marketing. In questo specifico caso, una campagna non semplice, in quanto Banksy non hai mai dato la sua autorizzazione per l’allestimento.

Affissioni ed engagement per promuovere la mostra

Come promuovere quindi una mostra senza avere il consenso all’utilizzo delle immagini di proprietà dell’artista? In questo caso, il museo ha lanciato una campagna di comunicazione mediante affissioni, che puntava sul coinvolgimento attivo del pubblico. In particolare, si trattava di 660 manifesti di dimensione 140×200 cm appesi per le strade di Milano, che davano la possibilità agli artisti che desideravano esprimersi di trasformare il manifesto contenente una grande chiazza bianca in campo bianco con lo slogan “Free Art Space” in una loro creazione artistica.

Questa iniziativa non ha reso indifferenti gli artisti di strada: molto discusso sui giornali, ad esempio, il murale di TvBoy raffigurante un Banksy di schiena e incappucciato mentre modifica un cartello con scritto “official exhibition” in “un-official exhibition” e il topo, simbolo ricorsivo nelle opere di Banksy. Tuttavia, fu un gesto di protesta solo in principio, infatti il 4 aprile 2019 (dieci giorni prima della chiusura della mostra) il writer accettò l’invito di Aviva – gruppo assicurativo sponsor della mostra – di partecipare a una performance aperta al pubblico, in cui rielaborava in dieci copie la stessa opera di denuncia, venduta poi all’asta in collaborazione con Sotheby’s al Nhow Hotel di Milano. Il ricavato è stato devoluto al progetto di riqualificazione delle periferie di Milano “Un muro che unisce”, realizzato con il supporto dell’associazione Around Richard e Municipio 6.

Più in linea con i principi della street art, l’opera di Mr. Savethewall, una rielaborazione di Davide con la testa di una scimmia al posto di Golia – la scimmia è la maschera utilizzata simbolicamente da Banksy per celare la sua identità – accompagnata dalla domanda “Who killed the art of Banksy?”, diventata anche il titolo di un video manifesto su YouTube. Qui potete leggere l’intervista di Repubblica Milano in merito.

Dato il bilancio finale delle visite alla mostra, si può dire che la strategia di comunicazione del Mudec ha sicuramente centrato l’obiettivo. Alla fine dell’intervento, non ho potuto però fare a meno di chiedermi quanto sia eticamente corretto promuovere, attraverso l’opera gratuita degli street artist, una mostra che oltre a violare il marchio registrato di un artista calpesta i valori fondanti del loro movimento artistico.

Quello che provocatoriamente vi domando è: i musei resteranno i primi garanti e difensori di tutti i tipi di arte – anche quelli che non possono controllare e contenere – o sono invece destinati a diventare una semplice vetrina di opere, che guideranno il visitatore attraverso la mostra fino al gift shop?

Comunque la si possa pensare, Banksy, imperterrito, ha colpito ancora. La sua nuova opera è apparsa il 9 dicembre su un muro di Birmingham, per augurarci, a suo modo, tanti auguri di Buon Natale: http://bit.ly/GodBlessBirmingham

La nuova opera di Banksy a Birmingham – still video – dal profilo Instagram di Banksy