di Jelena Bosnjakovic

Vi siete mai domandati cosa capita alla nostra tecnologia quando non ci serve più? Dove vanno a finire quegli smartphone che fino a sei mesi fa erano il top dell’innovazione, ma ora sono obsoleti in confronto al modello appena uscito? Qual è il prezzo di questa incessante, e sempre più veloce, corsa all’innovazione?

Se ci fate caso, più ci innoviamo, più distanza si crea tra noi e i paesi in via di sviluppo. Questa distanza, viene chiamata “divario digitale”. Si tratta di un fenomeno complesso, multisfaccettato e dinamico, che indica l’esistenza di una disparità economica.

Innovazione tecnologica in Ghana

Le industrie tecnologiche producono, ad un ritmo inarrestabile, nuovi dispositivi, che rendono quelli vecchi obsoleti. Questi ultimi vengono smaltiti in aree non predisposte, dando l’avvio a un ciclo di affari illeciti. Le conseguenze disastrose si riflettono sia sull’ambiente e sia sulla popolazione locale. I rifiuti elettronici scaricati sulle coste del Ghana sono un caso esemplare.

L’esperienza diretta con le due principali città del paese, Accra e Kumasi, rende molto evidente quanto l’inarrestabile urbanizzazione del paese pone le premesse per un futuro di crescita economico senza precedenti. Ma crea allo stesso tempo una sacca di povertà estrema di comunità provenienti dalle zone rurali, vivendo al di sotto della soglia di sussistenza.

Sodoma e Gomorra dei tempi moderni

Ci troviamo ad Accra, capitale del paese. Più precisamente, siamo nel cuore commerciale di questa città, in cui sorgono Agbogbloshie e Old Fadama, due quartieri distinti soprannominati soprannominata dalle testate internazionali “Sodoma e Gomorra dei tempi moderni”.

Non sorprende che i giornalisti abbiano usato questa metafora per descrivere la scena che si è aperta davanti ai miei occhi la prima volta che ho messo piede nella discarica di rifiuti elettronici più grande del mondo. Una distesa di terra grigia infinita, fumi neri che macchiano l’atmosfera, falò che bruciano, pozze d’acqua nera, rumore di martelli che battono sul metallo, elettrodomestici, cellulari, computer, stampanti, cavi e rifiuti di plastica ammassati ovunque.

Ogni giorno, lavoratori abusivi smantellano, bruciano e rivendono al mercato nero i resti dei rottami e dei dispositivi elettronici. Il tutto a mani nude e senza alcuna protezione dalle sostanze tossiche.

Sfide e opportunità

Ho intervistato Adams Mohammed, 42 anni, originario di Tamale, ad Agbogbloshie dal 1998, dove lavora come riparatore e commerciante di elettronica. Mi ha raccontato di essere il responsabile di un gruppo di sei lavoratori, che si occupano di procurargli previo pagamento il materiale riparabile. I dispositivi vengono rivenduti alle aziende oppure al singolo individuo. Ciò che non può essere riparato viene rottamato e bruciato per poter ricavare il rame, il piombo, l’alluminio, l’ottone, venduti poi alle aziende.

Quando gli domando da dove, in che misura e con quali scadenze i rifiuti tecnologici arrivano ad Agbogbloshie, Mohammed riferisce che questi provengono maggiormente da istituzioni politiche e imprese private. In particolare, cita il nome della nota azienda sudcoreana Samsung, che qui scarica i suoi prodotti fuori produzione. Aggiunge che è impossibile dare un numero alla quantità di gadget elettronici che ogni giorno vengono scaricati ad Agbogbloshie, ma sono ogni giorno in aumento.

Con orgoglio, aggiunge che grazie al suo lavoro di riparatore è riuscito a costruire la sua casa, e può permettersi di pagare la scuola ai figli. Non tutti i ragazzi che vivono in questo ambiente sono però così fortunati. La maggior parte dei lavoratori porta con sé i figli, perciò non è raro vedere ragazzini estrarre materiali pericolosi dai rottami.

Situazioni estreme come il caso di Sodoma e Gomorra sono un monito per le aziende. Occorre predisporre i modelli di produzione, a favore di un modello a impatto zero, che venga incontro alle esigenze della popolazione mondiale, e non solo di una fascia privilegiata.

L’augurio è che le conquiste in campo tecnologico vengano utilizzate per migliorare la rapidità dei sistemi di produzione e le condizioni di vita di tutte le fasce sociali. Il mondo è uno solo: difendiamolo!