FUORI DALFUNNEL @ TORINO GRAPHIC DAYS

di Federica Ramires – @dindondaun

A Torino Graphic Days Giulia ed io ci stavamo addentrando sempre più nella mostra mercato, curiosando qua e là ed esplorando ogni banco, quando ci siamo avvicinate ad uno di questi che presentava in maniera ordinata una serie di fiori di carta l’uno di fila all’altro. Dietro tutta questa natura, una vivace Elena Borghi ci ha interrotte, presentandosi ed iniziando a spiegarci la sua arte… ma non solo.

Elena, se dovessi descrivere in maniera semplice quello che fai, cosa ci diresti?

Sono una persona che disegna e che costruisce quello che disegna. Questa mia caratteristica è lo spartito che ho deciso di suonare nella mia vita, non avrei mai potuto fare nient’altro di diverso da questo lavoro. Non è stato facile: sono dovuta passare dalla bambina sognante che disegnava e faceva andare le mani chiusa in una stanza ad una persona adulta che si relaziona con il mondo del lavoro e con le persone che vivono questo pianeta. Per un creativo, a volte, questo passaggio è un po’ complicato. Noi creativi tendiamo ad immaginare il nostro lavoro come un qualcosa che fa parte di noi, senza porci nell’ottica lavorativa. Per questo, inoltre, molte volte è difficile trovare una giusta gratificazione, anche economica, a quello che facciamo. 

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adidas originals by HYKE – set design by Elena Borghi

Quanto conta il talento in un lavoro come il tuo?

Secondo me il talento è solo l’uno per cento della faccenda. Ci vuole tanta determinazione, il giusto mix tra umiltà e auto-preservazione. Spesso queste vengono confuse, al contrario ognuno di noi deve essere umile, ma sapere quanto vale. A questa situazione ci si arriva, ovviamente, dopo un percorso di gavetta.

A questo proposito, qual è stata la tua formazione e quanto lungo il tuo periodo di gavetta?

Ho studiato al liceo artistico, per poi approdare all’Accademia delle Belle Arti dove ho seguito un corso di scenografia. Qualcosa l’ho imparato a scuola, ma la mia fortuna è stata quella di capire fin da subito che allo studio dovevo abbinare il lavoro pratico. Quindi ho fatto una miriade di esperienze diverse, anche sottopagata, però quando si sta imparando è utile. Senza contare che comunque le aziende investono su di noi, sui nostri errori, per insegnarci delle cose più o meno consapevolmente. Ma bisogna stare attenti: quando si comincia a capire che quello che si sta portando è qualcosa di unico, allora in quel momento è giusto farsi pagare quel che merita il tuo lavoro. La mia parte di gavetta è stata molto lunga, e credo che mai si possa dire conclusa. Sono troppo curiosa e assetata di conoscere! Certo, arriva anche un momento in cui comprendi d’avere qualcosa da dare in prima persona, con tutte le responsabilità che ciò comporta. Il coraggio di prendermele non mi è mai mancato a dir la verità.

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Alcuni esempi di blind portrait.

Ad oggi quali sono i tuoi progetti in corso?

Sabato scorso ho inaugurato a Varese una mostra personale, frutto di un lavoro di due anni, dove esibisco le mie due metà, che sono poi facce della stessa medaglia: l’illustrazione e la costruzione degli elementi. Poi sto portando avanti un secondo progetto, a cui non ho ancora dato un nome, ma si riferisce alla tecnica del blind portrait: consiste nel disegnare le persone, senza guardare il foglio, ma osservando solo il soggetto che si ritrae. Sono rimasta piacevolmente coinvolta da questa pratica, perché il mio modo di disegnare è molto attento ai dettagli e con questa tecnica invece sono obbligata a svincolarmi un po’ da questo. Mi piace vederla come una caricatura dell’anima. Senza contare che anch’io ricevo tanto dalla persona che ritraggo, molte volte sento anche delle cose che la riguardano in maniera totalmente irrazionale. Credo di essere affascinata dal concetto di “guarigione” e credo fermamente nel fatto che tutti siamo parte di un’unica energia. Quindi ciò che incontro in chi ho davanti mi riguarda, fa parte di me. Credo che se si ragionasse così il mondo sarebbe migliore, no? 

Molto interessante è la sua monografia “Paper Visions” edita da Logos che si può trovare qui: https://www.libri.it/ElenaBorghi_bookShop

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Sappiamo che hai un blog, un canale YouTube, una pagina Facebook e una Instagram che gestisci personalmente. Quanto è stata importante per te la comunicazione online per veicolare la tua arte manuale?

Fondamentale. Sono una manualense al cento per cento, nel senso che so giusto aprire Photoshop per guardare gli allegati, però dico sempre che il mio cervello ormai è “andato” nel senso che ragiono molto anche in termini di comunicazione digitale. Questo connubio tra il vintage e il contemporaneo mi è stato davvero utile. In un’epoca come questa è impensabile non essere online, perché significa non vivere il presente e per me il presente è l’unica cosa che conta. Inoltre, per vivere del mio lavoro, ho bisogno di darci dentro il più possibile e come arrivare a tante persone in poco tempo? Grazie ai social. Ho avuto la fortuna di fare un’esperienza in una redazione per un anno: il mio compito era scrivere contenuti originale sette giorni su sette. Molto duro, anche perché veniva come secondo o terzo lavoro, ma un’esperienza bellissima, durata il tempo necessario per capire i rudimenti e le regole della comunicazione online.

Un esempio di qualche regola?

Pensare ottocento mila volte prima di scrivere una cosa, pensare a chi puoi offendere, pensare che linea editoriale vuoi tenere, pensare se quello che tu stai per scrivere è veramente necessario o è un’espressione del tuo ego e basta. Così come quando creo, anche quando scrivo, mi pongo sempre come una persona che sta urlando qualcosa dalla finestra ad una folla di gente che ascolta: bisogna avere sempre responsabilità di quello che si dice. 

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Elena Borghi a Torino Graphic Days vol. 02