than anyone else's.

di Giada Pasquettaz

Ieri è stata inaugurata la mostra fotografica sui migranti ad Aosta, che si protrarrà fino al 2 luglio. L’iniziativa è partita dalla Scuola di Pace della Valle d’Aosta, di cui io fungo da rappresentante.

L’idea

La mostra si propone come un percorso conoscitivo volto a sensibilizzare soprattutto i locali del fenomeno migratorio, che parlando seriamente, sta diventando la normalità in un mondo globalizzato come quello attuale. Lo spostamento oramai è una consuetudine, chi di noi non ha mai preso l’aereo per andare in Germania o in Turchia? Nessuno, soprattutto tra la cosiddetta generazione dei Millenials. Si viaggia per lavoro, svago e curiosità, cosa succede, però, quando non puoi più stare nel paese e lo devi lasciare contro la tua volontà? Negli anni della guerra l’Italia aveva assistito a questo fenomeno, soprattutto dal Sud molte persone emigravano in America continuando a sognare un futuro ritorno. A volte succedeva, altre volte no sotto gli insulti e gli sguardi indiscreti degli americani. Da vittime, che eravamo, siamo diventati aguzzini che all’urlo “Negri di merda” seguono violenze, altri insulti ed intolleranza.

Si può puntare il dito verso i giornalisti, verso i politici, verso il tuo vicino di casa comunista e a mille altre persone, senza davvero mai trovare il vero capro espiatorio, perché il dito dovrebbe solo puntare su te stesso.

Sicuramente non sarai quello che urla o picchia, ma in un modo o nell’altro perpetui questa retorica che chiameremo “il pensiero del razzista democratico”. Primo Levi parlava della zona grigia, ossia l’indifferenza. Mai concetto è stato più perfetto per descrivere la situazione attuale. Non parlo dei razzisti da urli da stadio, mi dispiace ma loro sono irrecuperabili, mi rivolgo a voi altri, la maggioranza, quelli che davanti all’ingiustizia si girano dall’altra parte, quelli che “poverini” e poi non muovono neppure un dito per aiutarli, quelli che sul pullman non si siedono vicino ad uno straniero dicendo “non sono razzista ma” e che alla fermata del pullman vedendo uno di colore stringono la borsa. Parlo a voi e non vi do colpe, non ce l’ho con voi ma con la cattiva informazione che circola attorno, gli slogan televisivi che riportano dati poco affidabili o errati e slogan politici che incitano all’odio.

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Tre giovani immigrati valdostani: Bemba, Adam e Ahmed.

La mostra

Partendo da questo presupposto nasce la mostra “Il lungo viaggio verso la libertà, perché?”. Nasce dalla volontà di informare le persone presenti, soprattutto, sul territorio valdostano, sensibilizzandoli sul tema. Conoscere l’altro non è solo uno slogan da buonisti, ma un pensiero proattivo, che incita ad approfondire l’altro da, così facendo, averne meno paura.

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La sala della mostra fotografica.

La mostra si propone, per l’appunto, come un percorso conoscitivo. Grazie a dati, considerati la base della verità oggettiva, affronteremo il fenomeno sia con numeri nazionali che regionali. Questo nell’ottica di sfatare quei miti che al populismo e al semplicismo piacciono tanto, quali per esempio “ci rubano il lavoro”, “vengono qui a violentare le nostre donne”. A seguito di questa breve introduzione, verranno proposte una serie di foto ad alcuni ragazzi presenti in Val d’Aosta (scattate da Federica) che, in un’interessante intervista, ci hanno raccontato il loro viaggio. Quel viaggio che dà il nome della mostra e che ha condotto verso la loro libertà, verso un benessere in un paese democratico. Un percorso lungo che ha portato i nostri protagonisti verso una situazione migliore rispetto a quella che avevano prima, ma che con amarezza guardano dietro con la consapevolezza di quello che hanno lasciato e la speranza di un giorno ritornarci. Come gli italiani in America, sognatori di un ritorno in patria, stessa storia. In seguito, verrà proposto un video che riassume alcuni momenti dell’intervista. Un modo per guardarli in faccia, farsi responsabile di quanto avviene e capirne le ingiustizie. Ed infine, l’ultima parte della mostra si propone di rispondere al “perché?” iniziale. Infatti, anche se brevemente, cerchiamo di far capire che “scappano da guerre” non sia solo una bella frase da postare su Facebook ma una triste realtà, che ogni giorno contribuiamo a nutrire. Mostrando le situazioni che stanno dilaniando, per un aspetto o per un altro, alcuni paesi, vogliamo (andando contro il political correct e motivazioni etiche) farvi sentire responsabili. Ebbene ogni ora paghiamo allo stato 2,6 milioni di euro che finiscono nella “difesa” nazionale e nei finanziamenti di nuovi armamenti. Alla faccia dell’articolo 3 della Costituzione in cui si diceva che “L’Italia ripudia la guerra”, siamo fautori di perpetuare guerre in altri paesi che non sono il nostro.

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Alcuni visitatori all’inaugurazione di ieri.

Sinceramente parlando, questa situazione non va bene e noi tutti possiamo fare qualcosa per cambiarla. La mostra non vuole proporre né perfezione né arrogarsi la verità assoluta, ma vuole mostrarvi le migrazioni internazionali (questo è il nome corretto!) in un’altra ottica, soprattutto quelle presenti in una piccola realtà come quella valdostana, che ha tanto da dare e altrettanto può ricevere, cercando di stimolare lo spettatore verso una riflessione (e ci accontenteremmo già solo di questo) e magari in un’azione.