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di Federica Ramires – @Fedeiscrazy

N.B. Prima che vi copriate avidamente gli occhi cercando di beccare la x rossa ve lo dico: NON ci sono spoiler, solo diretti riferimenti all’episodio in questione.

Ammetto di avere un problema con le serie tv. Ammetto di diventare esageratamente entusiasta per troppe di queste. Ammetto di avere un debole per quelle più dark, se così si possono definire. Ammetto di lanciarmi tendenzialmente su quelle che mi fanno fare tanti giri mentali. Ammetto, infine, di essermi buttata su Black Mirror abbastanza casualmente, una settimana fa circa, dopo aver letto una recensione della stessa altrettanto casualmente, mentre la mia bacheca di Facebook risultava tappezzata di annunci di Netflix (e questa volta proprio non posso usare il casualmente) pubblicizzanti la terza stagione. Fra il tema fantascientifico che non guasta mai e la particolarità dei pochi episodi secchi per stagione, sono riusciti a catturare il mio interesse e così mi sono decisa a guardare il primo episodio. Poi subito il secondo. E il terzo. E in neanche due settimane avevo divorato tutte le stagioni. Non posso negare che tutti gli episodi di ogni serie siano incredibilmente angoscianti, ossessivi e drammatici, però è stato in particolare modo il terzo della stagione inaugurale ad avermi lasciato qualcosa in più. Perché nel mio caso è stato uno di quelli che di più ha sottolineato come l’uomo stia perdendo il controllo nel nuovo mondo creato dal digitale. Ma partiamo dall’inizio.

Black Mirror è una serie tv britannica di genere fantascientifico ideata da Charlie Brooker che indaga i lati più oscuri della nostra società odierna, riguardanti in particolare modo le nuove tecnologie e i social media. Con episodi non correlati tra loro, si cerca di mettere di fronte allo spettatore quello che la tecnologia ci ha fatto o potrebbe farci, sia in quanto individui sia in quanto comunità. Le tre puntate della prima serie, ambientate in tre realtà distopiche diverse, raccontano tre storie differenti che sono accomunate dal senso di inquietudine che ci lasciano addosso una volta terminate: come uno specchio, ci mettono di fronte alla nostra attuale esistenza, concentrandosi in particolare sui rapporti interpersonali, portandoci a riflessioni a dir poco amare sul nostro attuale modo di vivere.

La terza puntata della prima stagione a cui accennavo all’inizio si intitola The entire history of you, che nella versione italiana diventa Ricordi pericolosi. Il protagonista è Liam, che ci viene presentato subito nella prima scena, quando è alle prese con un colloquio di lavoro. Il mondo appare uguale al nostro. Cambio di scena e altolà, quasi uguale. I personaggi della puntata hanno, infatti, un qualcosa in più: il Grain, ovvero un device impiantato dietro l’orecchio che permette di registrare ogni singolo istante della giornata attraverso gli occhi del suo proprietario. È quindi possibile mettere mano al proprio cervello e ripescare un ricordo, proprio come se si trattasse di un DVD, e riprodurlo su un qualsiasi dispositivo multimediale. Allo stesso modo, usando un semplice telecomando, è possibile organizzare i ricordi in cartelle ed eliminare quelli che si vogliono buttare nel dimenticatoio. La nuova frontiera delle cene fra amici: un ti ricordi quella volta che? che non verrà più seguito dalla ripetizione di qualche frase per riaccendere il ricordo, ma dalla ricerca dentro il nostro archivio multimediale personale impiantato nel cervello del ricordo e della sua successiva riproduzione davanti a tutti, come se si fosse al cinema. A vedere il film della propria vita. E con la possibilità di rivederlo un numero illimitato di volte.

Il Grain mi ha ricordato subito la cronologia di Facebook. Una cronologia che scende molto nel privato, che è priva di filtri di privacy, che ci rende gelosi, esageratamente curiosi e che ci permette di costruire storie a partire da frammenti di vita altrui su cui ci basiamo per gestire i nostri rapporti interpersonali. Sui social network conserviamo e condividiamo innumerevoli foto, video, conversazioni, frasi, pensieri, luoghi che tutti assieme formano i nostri ricordi. Tantissime volte, poi, andiamo a ritroso nella nostra bacheca (ma anche e, forse, soprattutto, in quella degli altri) per scovare vecchi ricordi e vecchie foto sepolte dagli anni. Fra un “accadde oggi”, un “visualizza i tuoi ricordi” e un promemoria degli anniversari di amicizia che ci bombardano non appena apriamo la nostra personale bacheca, effettuiamo questa operazione ancora più spesso e senza neanche renderci conto che magari lo facciamo troppo spesso. E cosa ci rimane? Ricordi che ci strappano un sorriso, ci accendono la gelosia, ci ricordano quella vecchia fiamma e quella vecchia amica, ci stimolano la voglia di dimenticare determinate esperienze e la voglia di tornare indietro nel tempo, ci fanno pensare a come sarebbe stata la nostra vita se. Viviamo nel presente zoommando continuamente sui vecchi ricordi, per accontentarci di un futuro che vorremmo, allo stesso tempo, diverso e simile al nostro passato. E tutti siamo indistintamente schiavi di queste operazioni, tanto che ormai rientrano perfettamente nella normalità. Anzi: lo sgomento è la prima reazione dei personaggi nell’episodio quando una ragazza ammette di non possedere il Grain. Se ci pensiamo, la nostra reazione è esattamente identica quando ci troviamo di fronte una persona che non ha un profilo Facebook o WhatsApp. Siamo tutti consapevoli di questa ossessione che caratterizza la collettività della società moderna, eppure durante la visione della puntata proviamo pietà per Liam, il quale non riesce a distaccarsi dai suoi momenti passati, rivivendoli mentalmente per estraniarsi da un presente che altrimenti sarebbe solo noia. Dov’è l’essenza della vita quando trascorriamo la maggior parte del nostro tempo a riprodurre i momenti di felicità del passato?

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